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Intervista a Irma Blank. La parola e l'immagine

Irene Guzman

 

Le opere di Irma Blank vanno viste da vicino. Questo è possibile dal 26 gennaio al 30 marzo 2013 alla Galleria P420 di Bologna nell'ambito della sua personale Senza parole. Titolo impeccabile per una mostra che ripercorre l'intenso e coerente rapporto con la scrittura e con lo spazio della scrittura dell'artista tedesca, nata a Celle nel 1934 ma naturalizzata italiana, dagli anni sessanta fino ai duemila: dalla prima serie degli Eigenschriften fino agli Avant-testi, il linguaggio della Blank si manifesta infatti sempre e comunque in strutture anti-semantiche, dove il significato evapora, lasciando unicamente spazio alla traccia, il segno e il gesto dello scrivere.

Quale significato assume la scrittura nel Suo lavoro, partendo dal presupposto che essa sembra perdere il suo valore espressivo?

– La scrittura è per me lo strumento attraverso cui lasciarsi trasportare nell'utopico duplice movimento: verso fuori, nell'allontanamento da sé e implicito avvicinamento all'altro, al lettore, e verso dentro, nel proprio mondo interiore.

Negli anni settanta, la Sua attività artistica è parallela al movimento della Poesia Visiva, e in alcuni casi lo attraversa, come testimoniano alcuni Suoi interventi pubblicati sulla rivista «Geiger». La musicalità del (di)segno, l'armonia della parola che da suono si fa pura immagine. Qual è stato, se c'è stato, il collegamento tra il Suo lavoro e il nuovo approccio dato all'immagine dalla Poesia Visiva?

– La poesia visiva, coniuga testo ed immagine, generalmente importati, mettendo l'accento su spostamenti di senso. Io personalmente percorro altre vie. Affranco la scrittura dal peso del senso ritornando a segni primari, alla Ur-geste, ed esaltando nella ripetizione la vitalità e la ricchezza inesplorata del non detto. Apro a significati altri.

Nel Suo lavoro la scrittura si accompagna dunque ad un ritmo ripetitivo: l'accento è dunque posto sempre sulla gestualità e sulla ritualità connessa al gesto?

La ripetizione determina il ritmo, è potenziamento, sia visivo che esperienziale, muove, assieme al rigore e alla disciplina, verso il rituale.

L'arte informale si manifesta nel rifiuto del controllo della ragione. Attraverso il segno gestuale l'artista sceglie di rappresentare, o meglio riprodurre, la propria individualità senza schemi e senza filtri. Sembra invece che con l'assoluta disciplina del gesto Lei cerchi ordine e continuità pur nella minima variazione, come farebbe un sismografo che registra i minimi movimenti del terreno. Come dice Luca Cerizza, nel testo che accompagna il catalogo della mostra, «questo esercizio ossessivo e reiterato, in cui il corpo, la mano si fanno macchina, strumento 'perfetto' di registrazione, è anche un mezzo per arrivare a un distacco dalla contingenza della realtà, a raggiungere uno stato di incoscienza, di abbandono, addirittura di trance». È così?

– Attraverso questo tipo di trance il reale viene messo in discussione, e a me interessa tastare i limiti e sono irresistibilmente tentata a superare questi limiti. E' l'incognita che mi attrae.

Fra gli anni '60 e '70, i Suoi lavori mimano una grafia convenzionale, pur essendo indecifrabili. La scrittura qui non è legata dunque al sapere, ma all'essere autentico. Le cosiddette Trascrizioni sembrano mettere in discussione non solo la percezione, ma in generale tutto ciò su cui si è basata la diffusione della cultura, a partire dal periodo classico. Quali sono le ragioni di questo, volontario o meno, conflitto con la parola scritta? E' forse collegato a una certa predilezione per il silenzio?

– Da conquista e dono prezioso la parola è diventato un diabolico strumento di alienazione, sopraffazione e manipolazione. Rumore. Bombardamento acustico. Ne siamo tutti vittime.
Io cerco uno spazio altro, uno spazio di silenzi ed echi lontani, dove le domande sono ancora in attesa di prendere forma.

Le opere più recenti, dove il colore riveste un ruolo sempre più significativo, visto nella sua valenza spaziale e ritmica, rivelano sempre più chiaramente il rapporto biunivoco tra il tempo e la realizzazione dell'opera attraverso la ripetizione di uno medesimo gesto o tracciato. I Radical Writing, ad esempio, sono dipinti con un gesto che segue la misura del Suo respiro.
Il tempo secondo Lei è un elemento misurabile e dunque c'è la possibilità di una sua logica e coerenza?

– Siamo noi la misura del tempo. È il nostro fare, il nostro esistere che scandisce il tempo. Noi attraversiamo il tempo e ne siamo attraversati.
A volte, durante l'esercizio scrittorio, sento scorrere il tempo attraverso le dita.
Lo scritto è la registrazione fedele, lo specchio, di questo fluire del tempo mediato dal corpo e la pagina nella sua totalità è l'immagine del tempo congelato con le sue impercettibili vibrazioni.