Maria Gioia Tavoni • Paolo Tinti • Paola Vecchi

I libri di André Beuchat

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Maria Gioia Tavoni

La vita penetra nella carta, la carta stessa è vita: ha spessore, morbidezze e rugosità, ha odore di colle e d’inchiostri, ha fruscio nell’aria, ha luce e spiragli. Un foglio può essere spazio infinito, luogo di viaggi e ricerche, di persistenze e d’oblii.Per noi che corriamo sui giorni, fagocitati dai meccanismi freddi dei motori, dei computer, su binari senza sensi e spesso senza senso, approdare in un’isola come quella dell’atelier Alma Charta di André Beuchat a Toccalmatto di Fontanellato (Parma), è come migrare nel tempo per riscoprire il vero gusto della bellezza.

È l’incipit di una bella scheda di Manuela Bartolotti Ablondi su un incisore che, dopo essersi rivolto a grandi scenari del mondo dell’acquaforte e del bulino, ha anche trasferito poesie e stralci di racconti su pagine, facendo migrare immagini dei suoi lavori in libri quasi tutti di piccolo formato, una vera miniera per soddisfare palati esigenti di collezionisti e amatori. L’ha fatto ricorrendo alla sua maestria di artista alle prese con un mezzo antico che si riconnette a Dürer e in Italia a Parmigianino, fra i primi a usare questa tecnica, il quale sempre nei pressi di Parma, a Fontanellato, ha lasciato il suo enigmatico camerino.

 
 

L’arte antica dell’incisione sembra a prima vista che possa essere quasi solo una tecnica, ma non è così: alle difficoltà del segno e della morsura, unisce anche quella della inventio, che per Beuchat è un insieme inscindibile fatto di profonde alchimie fra loro strettamente congiunte, come solo grandi del passato e alcuni contemporanei d’eccezione hanno saputo conquistare. Concorrono nell’incidere una lastra molti fattori, come è noto. Il paesaggio dell’incisore non è solo uno stato d’animo ma una prova del suo carattere e della sua volontà di agire sul mondo. Nell’universo piatto di una lastra di rame, con dei confini bene individuati, egli mette infatti un mondo in movimento; “provoca” delle forze che sono inizialmente addormentate. Bisogna dominarlo questo mondo! E non è per niente facile. Se la conquista di questo paesaggio inciso richiede una prova di forza (il metallo è una materia dura), essa deve essere accompagnata da doti essenziali: la volontà e la capacità di non perdere mai di vista l’ispirazione che alberga nell’artista.

 
 

L’approdo al libro di piccolo formato è per Beuchat ricco di profonde implicazioni. Non solo l’incisione è in primo piano, infatti: come avviene per molti libri d’artista, pure le parole sono protagoniste, le quali rappresentano la felice declinazione interpretativa dell’immagine. Il tutto sapientemente orchestrato attraverso il supporto – la carta a mano – e l’uso di caratteri mobili se non proprio d’epoca cinque-settecentesca, sicuramente appartenuti ai set di tipografi del passato che Beuchat insegue nelle loro peregrinazioni e nei loro abbandoni del mestiere primitivo, e che consentono, per ricorrere alla bella espressione di Alfieri di «fare di carta bianca carta nera». Uno alla volta, su di una forma appositamente predisposta, i singoli caratteri mobili vengono allineati ora per un unico o per pochi versi, ora per un brano da affiancare all’immagine. È così che nascono i «Libretti d’arte» di Beuchat, racchiusi in collane dai titoli evocativamente magici; è così che poeti e scrittori nuovi e pure antichissimi riemergono e vengono passati sotto il torchio a mano uniti alle lastre che ne esplorano i contenuti più ancora che non le nude loro stesse parole. Il tutto in bianco e nero, bianco smagliante e nero illuminato, o perfino satinato, un godimento della vista che inebria per le sue vertiginose interpretazioni.

 
 

Figlio di terra svizzera (è nato a Neuchâtel) Beuchat è approdato in Italia in un momento in cui l’arte della riproducibilità, per dirla con Benjamin, si trovava e si trova ancora ad un bivio: difficile e poco remunerativa viene perseguita unicamente da cultori e non trova da noi quella corrispondenza che invece all’estero, in particolare in Francia ma anche nella sua terra, continua ad alimentare un mercato fiorente di appassionati, di competenti e di esperti. Forse ancor più dei colori e del sole, il nostro paese ha conquistato Beuchat per la storia millenaria del libro affrancatosi definitivamente con l’ars artificialiter scribendi e che, con Manuzio allo schiudersi del Cinquecento, il secolo d’oro della stampa, ha lasciato vertici come l’Hypnerotomachia Poliphili (1499) di Francesco Colonna. È questo libro, icona dell’oraziano ut natura poësis, sicuramente incontrato da Beuchat sul suo cammino, che mostra quanto fosse forte già a quella altezza cronologica il binomio, sincretico e allusivo nel contempo, della parola con l’illustrazione.

 
 

Fare libri piccoli, adorni, ricchi di tecnica e spesso di inquietante poesia, significa inoltre per Beuchat mantenere vivo anche in Italia un manufatto sottoposto sempre più di continuo a sfibranti attacchi che sembrano vogliano annullarlo e sottrarlo al godimento dei sensi. Ma dato che «TECA» è una rivista on-line, si vada al sito di Beuchat. Anche solo visitare il suo sito significa infatti immergersi nelle sue feconde intuizioni perché una stampa, un libro di André Beuchat sono un’esperienza che scava nel profondo. Si provi pertanto ad esplorare le pagine del web di Alma Charta: sembra di «entrare in un bosco d’inverno: bianco, nero, silenzio», come opportunamente è stato rilevato.