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Una questione di carattere. Incontro con Giorgio Lucini

di Irene Guzman

Per fare una buona impressione un bravo stampatore deve aver un ottimo carattere
Bruno Munari

È con questa frase che, con la sua abituale e comprovata ironia, Bruno Munari aveva celebrato i Lucini, tre generazioni di una famiglia che chiamare di stampatori è senza dubbio riduttivo.

L’Officina d’arte grafica Lucini viene fondata il 14 aprile 1924 dal nonno Clodomiro detto Achille per proseguire con la direzione del figlio Ferruccio e del nipote Giorgio, che incontro per la prima volta un sabato mattina di marzo nella sede storica di via Piero della Francesca a Milano. Non lo avevo infatti incrociato lo scorso settembre a Bologna, per Artelibro 2011, quando aveva presentato a Palazzo Re Enzo una nuova versione della mostra «Quando la tipografia diventa poesia» a cura di Andrea Kerbaker e Luigi Sansone.[La mostra «Quando la tipografia diventa poesia», a cura di Andrea Kerbaker e Luigi Sansone, ha inaugurato a Palazzo Sormani di Milano il 26 febbraio 2011. Ne è stata riproposta una versione ad Artelibro Festival del Libro d’Arte di Bologna (24-26 settembre 2011).]

Il primo stampato dall’officina, la rivista «Lidel», 15 aprile 1924, editrice S.A.P.E.R.E Milano, con in basso nella pagina di destra, la prima e unica pubblicità mai promossa dai Lucini.

È così che vengo a conoscenza dei sodalizi eccezionali avviati da nonno Lucini con personaggi del calibro di Bruno Munari, Giò Ponti (per il quale stampò nel 1928 il primo numero di «Domus») e Dino Buzzati, e dei mercoledì sera, quando papà e mamma Lucini aprivano il loro salotto agli artisti. Non è strano dunque che Giorgio, che vantava un padrino di battesimo come Salvatore Quasimodo e che dall’età di tredici anni passava le vacanze estive in compagnia di Giandante X, pittore anarchico amico di famiglia, ad ammirare i capolavori custoditi nei grandi musei europei, ereditasse la passione per le arti e per i libri. Ci voleva però un’innata creatività, oltre alla passione per la grafica e la padronanza della tecnica tipografica, per realizzare il sogno di diventare anche editore.

«Domus», fondata e diretta da Gio Ponti. Primo numero, 1928.

Ne parlò alle 18:45 di un venerdì pomeriggio con il padre (che lo riceveva solo su appuntamento) il quale sentenziò che «fare libri costa» ma gli concesse di produrre un libro all’anno a condizione che fosse bellissimo e tecnicamente molto difficile. Nascono così «I lucini di Lucini» (di cui si è chiusa da poco un’esposizione alla libreria extemporanea 121+ di Milano): sette libri giovanili («giovanile è un aggettivo bizzarro» aggiunge Giorgio «che si usa solo quando si è anziani»), nati tra il 1968 e il 1974 e accomunati dallo stesso formato quadrato, da un gusto moderno e da una ricerca visuale e concettuale - e personale - ben precisa.

Il primo Beppe il pescatore, nato dalla collaborazione con Alberto Longoni, Giorgio lo dedicò al padre Ferruccio che si scherniva affermando di essere il De Coubertin della pesca («L’importante è partecipare»). Per il secondo scelse Metamorfosi, un progetto di Brunetta Mateldi: tavole che illustravano i cambiamenti della moda dal 1900 al 1960 con un tratto stampato che ricordava in tutto e per tutto il famoso pennarello da cui erano uscite le illustrazioni di moda più autorevoli del secolo scorso. Erano racchiuse da un prezioso foglio di carta giapponese, leggerissima, quindici volte più costosa di una velina normale, ma che anche il papà Ferruccio concordò fosse «una vera follia, ma assolutamente bellissima».

Tre tavole del volume di B. Mateldi, Metamorfosi, Giorgio Lucini Editore, 1968.

Alla base dei sette lucini di Lucini c’era l’idea di libro aperto: tavole sciolte da appoggiare sul tavolo e guardare contemporaneamente tutte insieme.

Bruno Munari, come suo solito, si reinventò l’idea con Guardiamoci negli occhi: il suo progetto, racconta Giorgio, «era la quintessenza del libro aperto, dove le tavole erano facce con occhi aperti di diversi colori. L’istruzione per l’uso diceva: mescolate i disegni cambiate i colore degli occhi: abituiamoci a guardare il mondo con gli occhi degli altri».

Alcune varianti da Guardiamoci degli occhi, Giorgio Lucini Editore, 1970.

Le 32 variazioni sono parti di elzeviri pubblicati da Montale sul «Corriere della Sera» e selezionati da Vanni Scheiwiller, piccolo grande editore il cui legame con i Lucini risaliva all’epoca del padre Giovanni (che aveva affidato alle stampe dell’Officina d’arte grafica Lucini i primi volumetti editi con il marchio All’insegna del Pesce d’Oro). L’unico dettaglio che il poeta contestò fu la copertina nera, ma quando Giorgio gli spiegò che era la somma di tutti i colori nella materia commentò che «se era una legge della fisica non aveva proprio nulla da dire».

E. Montale, Trentadue variazioni, ognuna stampata su carta di colore diverso, Giorgio Lucini Editore, 1973.

Il libro realizzato in collaborazione con Emilio Isgrò, l’unico legato, è la favola La bella addormentata del bosco, cancellata alla maniera dell’artista, mentre la versione in siciliano dell'Ariosto di Salvatore Fiume Cu fici mpazziri Orlando non era abbastanza oscura e dunque Giorgio Lucini decise di aggiungere la traduzione in giapponese. L’ultimo libro, In quarto di Mauro Reggiani, è infine una storia astratta che si dipana in tavole a due colori che sperimentano l’effetto della persistenza retinica.

Oltre a questi sette, in più di ottanta anni di attività, i Lucini hanno stampato oltre cinquemila volumi tra libri d’artista (di Lucio Fontana [Six contes de La Fontane, illustrés par Lucio Fontana, S. l., Edizioni del Cinquale (Camaiore, Arti grafiche Pardini), 1964.], De Chirico, Salvador Dalì, Graham Sutherland, Kengiro Azuma, Italo Valenti, Enrico Baj, Emilio Tadini, tra gli altri), pubblicazioni per case di moda come Missoni e Prada, con designer e graphic designer quali Studio Boggeri, il primo studio di pubblicità italiano, Max Huber, Bob Noorda, Bruno Monguzzi, Italo Lupi, Salvatore Gregorietti, Roberto Sanbonet, Walter Ballmer, Achille Castiglioni, Michele De Lucchi e Andrea Branzi, per fotografi tra cui Scianna, Toscani, Cartier-Bresson, Ferri, Mulas. Ci sono state le grande edizioni d’arte e decine di milioni di stampati. Ancora oggi l’Officina vanta un archivio di oltre 35.000 volumi, di cui una parte andrà presto ad arricchire gli scaffali di APICE (Archivi della parola, dell’Immagine e della Comunicazione Editoriale dell’Università degli studi di Milano).

Six contes de La Fontane illustrés par Lucio Fontana, Edizioni del Cinquale, 1964.

Un’industria con mentalità artigianale del fare: stampatori che erano soprattutto dei consulenti per la realizzazione dei volumi dei loro clienti, e che sotto il marchio editoriale «Lucini libri» racchiudevano edizioni private e fuori commercio destinate ad una ristretta cerchia di amici, o edizioni concettuali come i «non libri» dedicati ai 5 sensi, di cui fino a questo momento sono stati realizzati il libro del toccare («del quale bisogna sfiorare le carte per toccarne l’anima»), e il libro del sentire che reca come epigrafe «si prega di sfogliare le pagine ascoltando in silenzio». O ancora il libro pensato da Roberto Bernasconi e «silenziosamente impresso» da Giorgio Lucini «in -1 copie», che porta su di sé solo i segni di interpunzione.

L’esperienza e le idee alla base di queste sperimentazioni sono poi state riversate in soluzioni a larga scala sui volumi stampati industrialmente per aziende illuminate che volevano che anche semplici brochures o bilanci somigliassero a piccoli capolavori di carta.

Libri normali e libri straordinari dunque come l’ultimo nato: Il sillabario delle necessità, pagine tagliate al laser, con inserti e collage incollati uno per uno. Una ricompensa preziosa di Giorgio Lucini per l’artista Angela Caremi, che gli aveva creato molti dei suoi oltre quattrocento papillons da collezione. Libri straordinari come l’Alfabeto Lucini [L’Alfabeto Lucini disegnato da Bruno Munari comprendeva le 21 lettere dell’alfabeto più numerose variazioni della & commerciale. Le lettere furono ricostruite al vero a cura di Marco Ferreri in occasione della mostra antologica di Bruno Munari nel febbraio del 1987.] di Munari che necessitò 28 passaggi di colore per rendere perfetto l’effetto della grafite, del pennarello, dell’evidenziatore, a trasmettere «il fatto a mano» delle lettere.

Alfabeto Lucini disegnato da Bruno Munari, Lucini libri, 1987.

Oppure il libro che Giorgio realizzò per l’amico Giancarlo Pozzi, pittore e viaggiatore, che gli aveva chiesto un catalogo dei suoi lavori e a cui rispose: «Il catalogo lo chiedi a qualcun altro: io ti faccio un libro inventato sul viaggio dove per ogni tua opera scoverò le frasi più adatte dalla mia collezione di volumi di viaggio.» O ancora la scultura portatile animata che Vincenzo Ferrari progettò nel 1970 sul movimento: ciò che lo determina e le sue conseguenze.

Ma il più bel libro, per Giorgio Lucini, è la strenna Franci [Laura Novati, Le Strenne per gli amici di Paolo e Paola Franci, Milano, All’insegna del Pesce d’Oro, 2009.] del 1981 per Vanni Scheiwiller dedicata all’artista concettuale Vincenzo Agnetti. Un libro che travalica il concetto di monografia: non più opere riprodotte su carta, ma quattro opere «al vero» sulle carte originali, come le foto-graffie che viste in contro-luce rendono perfettamente l’effetto della scalfittura o le lettere inviate dal deserto del Qatar a Scheiwiller in busta chiusa. Per fruire del libro bisogna avere il coraggio di aprire la busta.

Minuscola monografia su Vincenzo Agnetti, Scheiwiller per le strenne Franci, 1981.

Dopo una vita a stampare e inventare libri, Giorgio Lucini ha maturato una filosofia del tutto personale dell’impaginare, teorizzando alcune regole che in azienda chiamano allucinate: l’astrattismo, la pulizia formale, il bando assoluto all’uso dei trattini e la grafica mai fine a se stessa, ma in grado di «vestire l’idea». E oltre alle proprie regole, ha fatto proprie le regole «degli altri»: quella di Dino Buzzati, che «a togliere non si fa altro che migliorare» e quella di Bruno Munari «che ogni regola è monotonia e che bisogna romperla per creare tensione visiva».

Ma, prima di tutto, c’è la regola ereditata dal nonno e dal padre: quella di sperimentare per il gusto di farlo, di trovare sempre il tempo per giocare rincorrendo sempre la bellezza come ideale pratico, da raggiungere attraverso la disposizione armonica su carta di lettere, parole, figure.