Maria Gioia Tavoni • Paolo Tinti • Paola Vecchi

Una collana, una minuscola casa editrice, un editore coraggioso.
Le edizioni Henry Beyle

di Maria Gioia Tavoni

 

Libro d’artista è quello in cui l’illustrazione, quale che sia, si rispecchia nel testo e vive in armonica fusione con esso, dando vita a volumi che si impongono per il forte impatto visivo accompagnato dal supporto delle parole.

Altra cosa sono, invece, i libri corredati da tavole di artisti, siano essi disegnatori, incisori, litografi, fotografi, i quali, però, non abbiano lavorato fianco a fianco con l’autore né abbiano elaborato i loro interventi interpretativi successivamente, attraverso la mediazione del testo che sono stati chiamati ad illustrare.

Sono questi i libri in cui il segno grafico si coniuga con le parole, ne riflette l’armonia nelle pagine, pur non vivendo in perfetta simbiosi con l’autore. Spesso si tratta di un unico o di pochissimi interventi artistici, che consentono di gustare ancor di più un’edizione, soprattutto quando questa scaturisce da attività ancora manuali, sia nella scelta della carta, sia nell’uso dei caratteri di stampa, che formano quel solco che produce la sensazione della tridimensionalità della parola.

Quelli di cui si parlerà ora sono libri d’arte in tutte le accezioni. Fanno parte della Piccola biblioteca degli oggetti letterari, frutto del lavoro e dell’impegno di un editore coraggioso, Vincenzo Campo, che ha privilegiato dapprima la bibliografia legata indissolubilmente alla bibliofilia, e che poi ha scelto di presentare anche testi che riguardano macchine da scrivere (a breve un testo di Emilio Cecchi), scrivanie e naturalmente occhiali (a breve un testo di Georges Perec). Parliamo insomma di una collana volta a comporre il ritratto di una camera con libri, di uno studio dove tutti gli oggetti concorrono a favorire la meditazione e a fare dello spazio così arredato un laboratorio di lettura e scrittura.

La scelta di non occuparsi soltanto di libri che parlano di libri c’era fin dall’inizio, come si evince dal titolo della collana, e questo non tanto per la difficoltà di trovare titoli, quanto perché l’editore (anche se Campo non vuole essere chiamato editore) ha sempre mirato a creare un mondo, la stanza che egli rappresenta è quella di un lettore/scrittore, dove gli oggetti hanno, accanto ai libri, non solo un potere dato dall’uso, ma pure quello evocativo, tanto forte da risultare indispensabile. Una stanza, come quella di molti lettori, uno spazio per i «libridinosi», che esitano perfino a tagliare le carte dei fascicoli dei libri ancora chiusi, come quando escono alla luce, tanta è la soggezione che incutono certi manufatti, ove si pensi che sono il risultato artistico del solo lavoro artigianale. Così si presentano i volumi della minuscola casa editrice Henry Beyle – il richiamo a Stendhal non è casuale –, a cominciare proprio dalla carta a mano, per finire alla legatura sobria giocata su due colori: il nero per gli autori, un colore diverso per ogni libro al titolo, sia in copertina sia ancora al frontespizio.

Sono queste le edizioni Henry Beyle che Campo ha messo in circolazione: tutti libri di piccolo formato (19,5 × 13,5) composti da brevi saggi e solo in alcuni casi corredati da una o due tavole incise, che, tutte giocate sulla contemporaneità, quasi irrompono nella pacata eleganza dell’impaginato, infondendovi una nuova armonia. Le illustrazioni sono il segno di artisti assai noti: i quattro incisori presenti con acqueforti sono Walter Valentini, Sandro Martini, Enrico della Torre, Assadour, che, non più giovani, occupano un ruolo di primo piano nel panorama artistico degli ultimi 30/40 anni. Così i fotografi Radino e Scianna che adornano l’altra collana della Beyle.

La Piccola biblioteca degli oggetti letterari interessa da vicino TECA, non solo perché i libri sono belli, ma pure perché i primi numeri sono rivolti a chi sa cogliere dai libri e da chi li manovra le più ascose essenze. Il sabato del bibliofilo di Carrieri; Il libraio inverosimile di Papini; Consigli ai bibliofili di Saba; Brevi note sull’arte e il modo di riordinare i propri libri di Perec sono dunque i titoli usciti per primi in una collana, che avremmo desiderato potesse continuare, sulla scia anche solo di questi temi, per arrivare a comporre una biblioteca ideale del bibliografo, sempre a caccia di novità e di riproposte editoriali su chi fa libri, li distribuisce, li ordina, li cerca appassionatamente.

La collana della Henry Beyle rivela invece, nel prosieguo dei suoi titoli, il proposito e il desiderio di proporre, ad un pubblico meno elitario di quello che acquista i libri d’artista, delle edizioni artigianali nella stampa, nella carta e nelle illustrazioni, il corredo degli oggetti di chi pensa e studia, mirando pertanto alla scelta dei titoli, un ulteriore punto di forza di queste edizioni.

Ma perché dalla cattedra di insegnante Vincenzo Campo si è messo a fare libri? «La ragione? Non mi piacevano i libri in circolazione, che invece per me devono essere belli», come ha dichiarato a Lorenzo Viganò, che lo ha intervistato per il «Corriere della Sera» l’11 agosto 2011. Siamo profondamente d’accordo: i libri che si fanno oggi, a parte rari esempi di qualche meritevole casa editrice, quasi sempre non appartenente ai grandi pool editoriali, sono brutti e soprattutto spesso scorretti. Non viviamo oggi solo una deriva culturale, viviamo anche una deriva estetica. Ne è prova una certa editoria che, anche quando tenta di fare cultura attraverso la stampa, sforna prodotti a dir poco non curati anche nelle macrospiche loro evidenze. Le cause sono tante: è l’assenza del proto, figura quasi scomparsa nella contemporanea editoria; è la fretta di pubblicare; è il diluvio di pubblicazioni che non consente più di ammirare libri ben fatti nell’impaginato, come nell’accostamento parole-immagini e ancor di più nelle copertine, che denunciano la mancanza di grafici, paragonabili a quelli di un passato anche recente. Questo accade forse perché si pensa che i libri, in una prospettiva apocalittica, vivranno ancora poco? O forse perché il consumo di libri, pur se dilatato, si caratterizza per una generale tendenza alla fruizione frettolosa o peggio, come si suol dire, all’usa e getta? O forse perché si crede di potersi impadronire di cultura affidandosi unicamente agli iPad?

Quali che siano le cause, è certo che sempre più raramente ci accade di essere colpiti dalla fattura e dalla composizione di libri freschi di stampa. Ho messo tutta la mia acribia nell’esaminare la collana di Vincenzo Campo: mai un errore, mai un refuso alberga nelle sue pagine e inoltre, quando i testi sono impreziositi dalle tavole incise, vengono chiusi, come in uno scrigno, in una semplice custodia dello stesso colore del titolo, che sta in copertina e al frontespizio.Quando poi i libretti si ‘scartano’ dall’involucro, le sorprese non mancano: ora sono le copertine, ora le antiporte, o anche soltanto le semplici veline, che nascondono le eleganti illustrazioni, a venirci incontro.

Mi si dirà che non si può essere solo degli esteti della pagina a stampa. Sicuramente no: i libri della collana La piccola biblioteca degli oggetti letterari sono belli dentro come fuori. Questi libri, infatti, racchiudono testi quasi dimenticati, che conservano invece una loro forte attualità e una pregnanza culturale indiscussa, e si impongono per la particolare cura con cui sono pubblicati, per soddisfare palati esigenti, non solo di bibliofili, ma anche di lettori appassionati.