Maria Gioia Tavoni • Paolo Tinti • Paola Vecchi

Arte, cultura e tradizioni del Giappone attraverso gli ex libris di Artisti Giapponesi

di Marco Serra

 

Nei locali della storica Tipografia Grifani Donati di Città di Castello (dal 2005 riconosciuta come Museo vivente delle Arti Grafiche) dal 21 luglio al 16 settembre 2012 si svolge la più grande mostra di ex libris nipponici mai realizzata al di fuori del Giappone. Della collezione di Mariaelisa Leboroni, autrice di incisioni xilografiche, vengono infatti esposti 560 esemplari eseguiti tra il 1956 ed il 2009 da 107 autori diversi. Il curatore della mostra e del catalogo è Gian Carlo Torre, mentre l’allestimento è a cura di Gianni Ottaviani. [Il Giappone a Città di Castello. Arte, cultura e tradizioni del Giappone attraverso gli ex libris di Artisti Giapponesi - 21 Luglio - 16 Settembre 2012, [catalogo della mostra] Città di Castello, Grifani e Donati, 2012.]

Nonostante l’impervia scala che porta alla Grifani-Donati, una visita a questa esposizione e alle attrezzature tipografiche ancora operanti, è un’occasione da non perdere. Pezzi esposti in apposite bacheche, catalogo e macchine da stampa si uniscono in un perfetto accordo in questa particolare occasione, sulla quale vale la pena spendere documentate parole. Basti pensare che essa si colloca in una città di antiche tradizioni culturali che individua nell’iniziativa un corollario indispensabile alla XII mostra del Libro antico e della Stampa antica (dal 31 agosto al 2 settembre 2012) che si tiene annualmente nella città rinascimentale.

Quanto al materiale esposto va precisato che il primo esempio di ex libris giapponese viene fatto risalire al 1470 ma è solo dalla metà del XIX secolo in poi che, a contatto con la cultura occidentale, troviamo una tipologia di ex libris simili a quelli della nostra tradizione [Ibidem.]. Di riflesso furono invece le stampe dei grandi autori del periodo Ukiyo-e, come Hokusai e Hiroshige, che influenzarono il movimento degli Impressionisti e gran parte della cultura europea [Gioia Mori, Impressionismo, Van Gogh e il Giappone, Firenze, Giunti, 1999.]. Sebbene all’epoca il mondo non fosse ancora globalizzato gli scambi culturali avvenivano anche con realtà lontane e assai diverse per cultura e impostazioni storico-artistiche, influenzandosi reciprocamente. Si pensi a Claude Monnet e alla sua Giapponese e alla ricca raccolta di stampe e disegni di gusto orientaleggiante che il grande artista collezionò.

L’originalità degli esemplari degli ex libris giapponesi esposti a Città di Castello, di proprietà di un’artista di grido qual è la Leboroni, evidenzia questo scambio tecnico e culturale, pur riconoscendo l’originalità artistica nipponica nell’impianto grafico, nell’accostamento dei colori e nella scelta dei soggetti tradizionali (animali, fiori e vedute paesaggistiche) [Ricordiamo che il grande Hokusai incominciò la sua carriera come incisore presso una tipografia che stampava romanzi tradizionali e popolari corredati da illustrazioni. Si veda Gian Carlo Calza, Hokusai. Il vecchio pazzo per la pittura, Milano, Mondadori Electa, 2012.]. Sfilano così, racchiusi per date ma anche accorpati per tipologie veri piccoli capolavori artistici che i nipponici elaborarono forti della contaminatio che si venne ad instuarare fra Europa e Giappone dopo che nel ‘900 gli ex libris di fattura europea furono introdotti nel paese del Sol Levante. Non si pensi tuttavia che gli ex libris giapponesi siano solo una fedele riproposizione di quelli europei: svettano infatti quasi tutti per essere ricondotti agli stilemi artistici nipponici che si offrono con le loro sgargianti campiture colorate e con fregi autoctoni. Sono tutte xilografie ad eccezione di pochi esemplari incisi su rame; alcuni appaiono molto tradizionali, altri di eccezionale modernità, in particolare quelli più stilizzati.

Un cenno merita anche la sede espositiva: la tipografia, che ha pubblicato anche altri cataloghi di ex libris, fu fondata alla fine del 1799 dai tipografi Francesco Donati e Bartolomeo Carlucci nei locali soprastanti l’antica chiesa di S.Paolo (XIII secolo), che in precedenza, erano stati sede conventuale prima carcere poi.

Alla morte del Carlucci l’attività venne proseguita dal Donati, il quale introdusse nel 1817 i caratteri bodoniani. Dopo la sua scomparsa, la tipografia passò al figlio Biagio e da questo al nipote Giuseppe Grifani. Da quel momento in poi la bottega prese il nome di Grifani-Donati, con un avvicendamento della stessa famiglia durato pertanto oltre due secoli [Alvaro Tacchini, La Grifani-Donati 1799-1999. Duecento anni di una tipografia, Città di Castello, Grifani Donati, 1999.].

Giovanni Ottaviani, l’attuale titolare insieme alla moglie Adriana, ha aggiunto alla produzione tipografica e calcografica la litografia, esclusivamente su pietra e la rilegatura ed il restauro dei libri. 

Si spera con queste poche note informative di aver istillato in chi legge la brama di vedere un luogo, un’officina, una mostra davvero impareggiabili.