Maria Gioia Tavoni • Paolo Tinti • Paola Vecchi

FLA - Focus sul Libro d’Artista.

Carole P. Kunstadt e Sharon A. Sharp

Paola Pulchino

Con questo numero si dà avvio alla presentazione dei 10 artisti selezionati nell’ambito di FLA - Focus sul Libro d’Artista dalla rivista «TECA», che in cinque puntate darà conto delle esperienze a suo avviso meritevoli di approfondimento, tra tutte quelle presentate in un volume edito negli USA.

 

 

L’idea di FLA - Focus sul Libro d’Artista è nata infatti dalla pubblicazione di 1000 Artist’s Books: Exploring the Book as Art, di Sandra Salamony e i coniugi Peter e Donna Thomas (Beverly, Mass., 2012), prontamente recensito sull’ultimo numero di «TECA». La redazione della rubrica Arte e Libro, in particolare Irene Guzman, si è impegnata nel rendere operoso l’insieme di contatti (indirizzi, reali ed elettronici, numeri telefonici, siti web, etc.) offerto da quel viaggio esplorativo, ben illustrato nel repertorio statunitense: ricordiamo che non si tratta unicamente di artiste ed artisti nordamericani ma operanti in quel territorio, indipendemente dalla nazionalità. Si è deciso, così, di contattare i numerosi protagonisti del volume, proponendo loro di inviare a «TECA» una sorta di candidatura per la selezione delle dieci più interessanti proposte artistiche legate al libro. Le risposte non si sono fatte attendere. A breve distanza dalla nostra richiesta, almeno duecento risposte sono pervenute, corredate dal curriculum vitae e da altri materiali aggiuntivi, quali immagini di lavori non presentati nel volume di Salamony e dei coniugi Thomas, testi critici e molti riferimenti ai siti web nel frattempo approntati o arricchiti dopo l’uscita del libro.

 

 

Carole P. Kunstadt e Sharon A. Sharp sono le prime artiste selezionate nell’ambito di FLA - Focus sul Libro d’Artista. Le due donne, pur con modalità operative diverse, sono accomunate dalla stessa forza valoriale: tendere alla rottura della parola in quanto testo, in favore della sua materializzazione in quanto oggetto così privando la parola del suo significante per trattarla, al pari della carta, dello spago e del colore, come materia da plasmare tra le mani della prassi artistica.

Dalla linea interpretativa che la filosofia del linguaggio - soprattutto di matrice francese - pone, discende un approccio al testo che in questa sede può dirsi fondamentale, per procedere secondo un’analisi fenomenologica di un contingente artistico oggi chiamato ‘libro d’artista’.

 

 

Evidentemente presente già dal Medioevo, il gusto per il bello stile ha contraddistinto sempre la frangia della trasmissione letteraria, nel corso dei secoli con successive modifiche, fino ad oggi, dove l’ibridazione dei campi culturali ha concesso un terreno di confronto tra due generi prima praticamente separati: il racconto ossia il testo in sé da una parte e la sua rappresentazione in quanto immagine dall’altra.

 

Carole P. Kunstadt

«The Sacred Poem series takes physical, material, and intellectual inspiration from Parish Psalmody» (C. P. Kunstadt)

Fondando lo studio del testo sui suoi riferimenti comunicativi – in quanto oggetto che esprime un contenuto – e sull’ipotesi fenomenologica del libro in quanto feticcio culturale si ottengono le giuste coordinate per rispondere almeno in parte all’interesse via via crescente che il libro d’artista sta acquisendo nell’ambito delle arti visive: un libro per essere letto deve oggi anche colpire esteticamente. Le opere della Kunstadt, che ha un know-how internazionale di tutto rispetto (con una laurea all’Hartford Art School di New York e una specializzazione presso l’Akademie der Bildenen Kuenste di Monaco) osservano questa lettura seguendo un approccio non lineare, una narrazione sintetica e generativa in luogo di una estesa e contemplativa.

 

 

Dai lavori a collage, veri e propri tableaux vivant di gusto orientale (Kimono Falls, 1995, Territories 1994, A Stone’s Throw, 2000) passando per sperimentazioni visive dove la carta pare quasi assorbire e cancellare la parola che contiene (come nella serie Markings del 2004), gli ultimi lavori della Kunstadt – i cicli di opere dei Sacred Poems (prodotti tra il 2006 e il 2011) e degli Old Testament (tutti datati 2009) - sono certamente i più raffinati per costruzione, ideazione, e potenza comunicativa; essi affrontano con veemenza culturale il tema del sacro e della parola, riconducendo l’invisibile alla sua prima natura di non dicibile.

 

 

Se per i Sacred Poems l’ispirazione è dichiarata dalla stessa Kunstadt laddove afferma che questi lavori traggono la propria ispirazione fisica, materiale e intellettuale dal Parish Psalmody. A Collection of Psalms and Hymns for Public Worship pubblicato tra il 1844 e il 1849 (la cui versione originale è attualmente conservata presso la biblioteca di Harvard) gli Old Testament riservano un velo sulla loro origine: le scritture testamentarie, vengono avvolte, imbastite, tagliate e ricucite, a formare – a cavallo tra una novella sibilla cumana e una Ildegarda mistica - un’iconicità oggettuale, capace di vibrare con la sola indicazione della sua presenza.

 

 

Carole P. Kunstadt vanta opere in importanti collezioni permanenti – nella sede del National Museum of Women in the Arts di Washington D.C. e presso il Center for Book Art di New York. Coerente, intimista e minimale, a tratti poverista, che sia al Columbia College, all’expo del CBA di Cincinnati o alla Biennale di Santorini, lo stile inconfondibile di Carole P. Kunstadt merita, da parte della critica e del collezionismo europeo, un dichiarato consenso, figlia com’è (e diretta discendente) di nozioni care all’Occidente: religione, memoria e morale su tutte. Resta peraltro inteso che l’uso del racconto processato nella sua ieraticità storica pone una certa linea di rimando alle soluzioni di Sabrina Mezzaqui e Giulio Paolini.

 

Sharon A. Sharp

«For me, paper and text, whether handwritten or printed, have a certain mystical connection» (S. A. Sharp)

Dato un determinato campo semantico, nella logica delle associazioni tra parole, quanto più grande è la distanza tra i termini in uso tanto più forte e prolifica si rivela la loro connessione. I poeti laureati ben conoscevano l’avventura delle costruzioni retoriche quali l’antitesi o l’ossimoro e ne facevano largo uso, a circostanziare l’immagine che la favella descrittiva avrebbe reso di necessità più sfumata e diluita.

Nella pratica delle lettere, al fruitore era affidato il compito di colmare il racconto, di operare con sapiente ordito a cogliere la potenza evocativa e il cortocircuito di termini così diversi, accostati; per orientarsi nella narrazione il poeta seminava dei punti di fuga inconfondibili, piccole bussole che accompagnavano il lettore lungo il tragitto.

 

 

Quest’idea in divenire e di compartecipazione al testo, insieme all’ipotesi di un lettore errante, vede una convincente espressione nella seconda (solo per ordine alfabetico) artista selezionata.

A Sharon A. Sharp, fine precettrice del libro d’arte ma anche prolifica docente, ben si applica l’idea del testo come mappatura di un orizzonte conoscitivo, un luogo da percorrere oltre che sintatticamente anche fisicamente. I suoi libri d’artista, raffinate composizioni dove la selezione dei materiali fa intuire un certo feticismo tattile, paiono coordinare dei veri e propri itinerari spiralici, impervi, interiori. Ogni opera, redatta in serie limitata, si offre al lettore come quarta di scena, spettacolo da fruire sì esteticamente ma anche sensorialmente. Dalle traiettorie nipponiche dei suoi libri-origami (Chiropterans of This Karst in Cave Sing), Sharon A. Sharp sovrappone in Descent into Particulars le biografie di Stephen Bishop, Max Kämper e Ed Bishop: l’uso della trasparenza permette la contemporanea visione del tempo totale della narrazione che qui implode sotto lo sguardo sintetico di un attimo colto.

Esemplare nel caso della Sharp è senza dubbio la serie di cinque libri A Cabinet of Mammoth Cave Wonders ispirata dalla sua residenza d’artista del 2009 presso il Mammoth Cave National Park, affascinante dimora della natura che qui trova sua imponente manifestazione in grandi caverne sotterranee. A doppio filo l’artista lega le sue creazioni a questo luogo: utilizzando le mappe come materia dell’opera e imitando le formazioni rocciose di stalattiti e stalagmiti come metafora per il matrimonio degli opposti, perfetto connubio di blakiana memoria.

 

 

Una Sharp dalla chiara affinità accademica (sue opere sono state acquisite tra le altre dalle Università di Savannah, del Vermont e del Kentucky) e che firma il proprio ruolo pedagogico in qualità di componente di illustri associazioni quali il North Carolina Science Teachers’ Association, il Guild of Book Workers e la Miniature Book Society.

Terrà il suo prossimo workshop - Exploring Every Angle - il 14 e il 15 settembre nelle aule della Morgan Art of Papermaking Conservatory and Educational Foundation di Cleveland.