Maria Gioia Tavoni • Paolo Tinti • Paola Vecchi

 

Il teatro dell’opera in carta.

Libri d’arte e di musica all’Università di Bologna

Marina Zuccoli

Un’accoglienza splendida, quella che il Dipartimento delle Arti ha riservato, nella sede monumentale di Palazzo Marescotti-Brazzetti a Bologna, ai visitatori della mostra Il teatro dell’opera in carta: iconografia e documenti del melodramma tra Sette e Ottocento (20 settembre-3 ottobre 2013). L’esposizione infatti ha coniugato i saperi di storici dell’arte e di musicologi, offrendo un percorso al tempo stesso denso di significati e accattivante dal punto di vista visivo. Un percorso che ha consentito anche di porre in dialogo il patrimonio delle due biblioteche del Dipartimento, la Biblioteca di arti visive ‘Ignazio Benvenuto Supino’ e la Biblioteca di musica e spettacolo, con l’arricchimento di alcuni prestiti da parte della Biblioteca ‘Gian Paolo Dore’ di Ingegneria.

L’iniziativa, coordinata dal Sistema Bibliotecario di Ateneo, rientrava nel programma di Artelibro 2013, imperniato sul tema «Musica per gli occhi» e ha reso omaggio, al tempo stesso, alla concomitante ricorrenza dei duecento anni dalla nascita di Giuseppe Verdi e di Richard Wagner. Un’intelligente ideazione ha prodotto una mostra a più livelli, che superava, grazie all’uso del digitale, sia la natura effimera delle esposizioni, visibili solo durante il periodo di apertura, sia il limite dovuto all’ostensione dei volumi a una pagina soltanto. Al visitatore, infatti, si offriva un primo percorso tra i libri concretamente presenti in bacheca, cui si affiancavano due mostre virtuali, destinate entrambe a rimanere sul sito web del Dipartimento.

L'Architettura generale di Vitruvio ridotta in compendio dal Sig. Perrault dell'Accademia delle Scienze di Parigi.

La provenienza dei volumi dalle due biblioteche del Dipartimento della Arti e da quella di Ingegneria ha costituito una chiave di lettura della narrazione, proposta attraverso otto bacheche in un percorso avvincente, che ha coinvolto le varie implicazioni del melodramma, dall’architettura dei teatri alla scenografia, dalle partiture ai libretti, ai figurini e ai trattati di recitazione.

Dava avvio alla mostra Vitruvio, con l’opera I dieci libri dell’architettura presente in tre edizioni, a partire dalla cinquecentina (in Venetia, appresso Francesco de’ Franceschi, 1584) con il commento del veneziano Daniele Barbaro. Il commento di Barbaro, cui si deve lo studio di Vitruvio non soltanto alla luce dell’ars aedificatoria, ma anche della ricerca di un nuovo linguaggio del sapere che trovò espressione nell’architettura palladiana, ricorre anche nell’edizione compendiata da Claude Perrault (L’architettura generale di Vitruvio, in Venezia, nella stamperia di Giambatista Albrizzi, 1747). Chiudevano la rassegna vitruviana l’edizione de L’architettura commentata e illustrata dal marchese Berardo Galiani (in Siena, nella stamperia di Luigi, e Benedetto Bindi, 1790), aperta alla tavola con la pianta del teatro romano, accostata al Dizionario universale d’architettura e dizionario vitruviano di Baldassarre Orsini (in Perugia, dai torchi di Carlo Baduel e figli, 1801). È quest’ultima opera l’omaggio del pittore settecentesco, autore di una biografia del Perugino, al padre dell’architettura; rivolto ai giovani studiosi, il Dizionario elenca alfabeticamente e chiosa le voci utilizzate da Vitruvio.

Dopo questa breve rassegna di opere di architettura, fungeva da cerniera tra le due ispirazioni della mostra la bacheca contente due estratti dal Recueil de planches della Encyclopédie di Diderot e d’Alembert: il volume relativo ai teatri e quello relativo alla musica. Aperto alla tavola ripiegata che ritrae lo spaccato longitudinale della sala del teatro regio di Torino, il volume Théâtres; Machines de théâtres (estratto dal Recueil de planches, e identificato con la Neuvième livraison ou dixième volume. Paris, Briasson, 1772) costituisce un esempio della circolazione autonoma delle parti figurate della Encyclopédie, a riprova dell’enorme successo editoriale dell’opera. Accanto, di piccolo formato, il volume Musique, estratto dal Recueil de planches pour la nouvelle édition du Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers (Tome 2e, Lausanne et Berne, Sociétés Typographiques, 1780), che, alla tavola XI, mostra lo schema della disposizione degli strumenti nell’orchestra di Dresda.

Si entrava poi nel vivo del melodramma con spartiti di opere dei maggiori compositori, da Meyerbeer (Les Huguenots, opéra en 5 actes, paroles de M. Eugène Scribe, musique de Giacomo Meyerbeer. Partition de piano arrangée par Ch. Schwéncke. Paris, Maurice Schlesinger, [1836?].) a Rossini, con il dimenticato Edoardo e Cristina. Ridotto per il cembalo solo da M.I. Leidesdorf (Vienna, Sauer & Leidesdorf, [1823?]), da Donizetti a Wagner.

Loreley. Azione romantica in tre atti di Carlo D'Ormeville e A. Zanardini. Musica di Alfredo Catalani.

Ancora un’altra declinazione del melodramma compariva nel prosieguo della mostra, con volumi relativi ai costumi, ai personaggi e alla recitazione: opere che abbinano all’interesse storico una elevatissima qualità delle immagini. Tra queste, spiccavano le Lezioni di declamazione e d’arte teatrale di Antonio Morrocchesi (Firenze, Tipografia all’insegna di Dante, 1832), che illustrano il metodo di recitazione proposto dall’autore con incisioni di varie pose teatrali; Les beautés de l’opéra, ou Chefs-d’œuvres lyriques illustrés di Théophile Gauthier (Paris, Soulié, 1845) dall’ampia iconografia relativa a danzatrici e cantanti, e infine l’opera Costumes du XVIIIe siècle (Paris, P. Rouquette, 1874). La didascalia sottolinea come si tratti di una raccolta di acqueforti di Auguste-Étienne Guillaumot (fils) su disegni del pittore M. Draner, alias Jules-Jean-Georges Renard, dedicate ai principali personaggi e al loro abbigliamento teatrale.

Per la gioia dei melomani, concludeva il percorso una bacheca con le opere dei due titani del melodramma, dei quali si celebra quest’anno il bicentenario della nascita. Splendido lo spartito del Tristan et Isolde, drame musical en trois actes de Richard Wagner (Leipzig, Breitkopf & Härtel, [1904]) con l’elaborato decoro Jugendstil in rosso e nero in copertina (opera di Franz Stassen); l’iconografia presenta i due protagonisti intenti a fissarsi negli occhi, separati da un motivo musicale su pentagramma, con evidente richiamo – come segnalato dalla didascalia – al leitmotiv dello sguardo (Blick). Accanto allo spartito wagneriano compariva quello della Battaglia di Legnano, tragedia lirica in quattro atti di Salvatore Cammarano, musica di Giuseppe Verdi (Milano, G. Ricordi & C., 1897), con l’opera verdiana aperta alla pagina del ritratto del compositore in una fortunata fotografia di Achille Ferrario.

Il primo dei percorsi virtuali, curati entrambi da Gianmario Merizzi e accessibili in mostra su quattro computer, allargava lo sguardo ad altre opere relative al teatro, nell’accezione di struttura architettonica. Il visitatore poteva lasciarsi andare al flusso delle immagini, accompagnate da didascalie, o ricercarne alcune per autore o titolo, oppure ancora seguire uno dei percorsi tematici. L’approfondimento del tema architettonico era offerto dai Dieci libri di architettura di Leon Battista Alberti, nella nitida traduzione italiana di Cosimo Bartoli (in Roma, nella stamperia di Giovanni Zempel, 1784), cui facevano seguito i trattati di prospettiva, indispensabile riferimento per scenografi e quadraturisti. Ecco dunque la Perspectiva pictorum di Andrea Pozzo (Romae, ex typographia Antonii de Rubeis, 1717) e Lo inganno de gl’occhi, prospettiva pratica di Pietro Accolti (in Firenze, appresso Pietro Cecconcelli, 1625).

La scelta delle opere ha conferito ampio risalto alla presenza bolognese, sia per quanto riguarda i protagonisti della storia dell’architettura, sia per quanto attiene all’editoria. Non poteva dunque mancare menzione del bolognese Sebastiano Serlio, rappresentato dal suo Libro primo d’architettura (in Venetia, per Gio. Battista & Marchion Sessa, 1560), nel quale raffigura le tre tipologie classiche di scene, ovvero quelle per il teatro comico, tragico e satirico, e degli studi di prospettiva e di quadratura di Ferdinando Galli detto il Bibbiena (Varie opere di prospettiva, in Bologna, Giacomo Camillo Mercati, [1704]; L’architettura civile preparata su la geometria e ridotta alle prospettive, in Parma, per Paolo Monti, 1711). Noto autore di scenografie teatrali fu pure il bolognese Antonio Basoli, di cui era visibile la splendida Collezione di varie scene teatrali (Bologna, presso l’autore, 1821), con esotiche immagini, quali Pagode di Siam, Giardini pensili in Babilonia e Gabinetto gottico [sic].

Al melodramma interpretato e cantato l’esibizione dedicava poi l’approfondimento delle opere già citate di Gautier, Morrocchesi e Guillaumot, nonché dello magnifico trattato di canto di Jules Audubert: L’art du chant, suivi d’un traité de maintien théâtral avec figures explicatives (Paris, Brandus et c.ie, 1876). La digitalizzazione permetteva di rimediare alla mortificazione risultante dall’apertura a una sola pagina, offrendo la ricchezza di immagini di costumi, figurini e raffigurazioni sceniche del gesto e della mimica teatrale degli artisti.

Il secondo percorso virtuale, intitolato Il teatro dell’opera in copertina, mostrava le immagini digitalizzate di centoottanta tra libretti d’opera e spartiti, scelti non soltanto in base all’interesse musicale ma anche per l’attrattiva estetica delle copertine: testimonianze di un tempo in cui la gloriosa editoria musicale dei Ricordi, dei Sonzogno e di altri ancora investiva nell’iconografia dei loro prodotti, caratterizzati da copertine dalla grafica elaborata e curatissima. La quantità delle immagini, tutte di ottima qualità, testimonia un imponente lavoro di valorizzazione di pubblicazioni, a cavallo tra il genere minore e quello d’occasione, che la biblioteca del Dipartimento delle Arti possiede in numero rilevante. La presentazione era accompagnata dalle note della verdiana Traviata con la direzione di Tullio Serafin e Victoria de los Angeles nel ruolo principale, ma agli orfani della grande Maria non sarà passato inosservato anche, in mostra, il faldone con la rassegna stampa dell’intera carriera della Callas, un cimelio archivistico ormai raro.

Per concludere, si ricorda che la mostra è stata curata da Marinella Menetti, Gianmario Merizzi e Paola Taddia, con la collaborazione di Nicola Badolato, Maria Grazia Cupini, Saverio Lamacchia, Maurizio Morini, Margherita Pedoni, Fabio Regazzi, Chiara Sirk e Maria Pia Torricelli. La supervisione scientifica è stata dei docenti Lorenzo Bianconi e Marinella Pigozzi.