Maria Gioia Tavoni • Paolo Tinti • Paola Vecchi

 

Mantova. Biblioteche,
libri, donne lettrici e letture

Maria Gioia Tavoni

In occasione dell’apertura del Festival della Letteratura 2014 ho raggiunto Mantova con Deanna Lenzi, cara amica e collega. Ma il Festival non era il nostro unico obiettivo: varie visite, programmate dal team composto dal collega, anch’esso amico, Paolo Carpeggiani e dalla sua consorte, entrambi ospiti di rara gentilezza, costituivano motivo della nostra presenza nella città d’oltre Po.

Dapprima abbiamo infatti ammirato gli affreschi bibieneschi recentemente portati alla luce in una sala appartenuta alla Compagnia di Gesù, e a noi mostrati, in via del tutto eccezionale, dagli architetti che hanno avuto grande parte nella loro riscoperta. Gli affreschi sono in tutto tre, due dei quali sormontati da cartigli in gesso a forma di grande conchiglia, con l’indicazione dei passi della Bibbia che hanno ispirato all’artista le diverse scene.

È qui che abbiamo fatto anche la prima conoscenza con uno spazio dei gesuiti mantovani. Il luogo in cui sono riemersi gli affreschi era, infatti, una grande sala, quella degli Addottoramenti, del loro Palazzo degli Studi, che a suo tempo ospitava l’archivio dell’Ordine.

Approdate poi alla Biblioteca Teresiana, abbiamo potuto visitare e ammirare in anteprima, grazie alla liberalità del direttore Cesare Guerra, uno dei protagonisti del nuovo assetto della biblioteca da pochi mesi restituita al pubblico, l’attesa mostra di legature antiche, che ricoprono codici e libri a stampa ivi custoditi, di cui nel catalogo sono state indicate le diverse provenienze. [Le materie dei libri. Le legature storiche della Biblioteca Teresiana, a cura di Carlo Federici e Federico Macchi, Catalogo della mostra, Mantova, Biblioteca comunale Teresiana, 5 settembre 2014-11 gennaio 2015, Mantova, PubliPaolini, 2014.]

La Teresiana, bellissima e imponente, che con le sue due sale storiche costituisce un unicum nel panorama nazionale, si deve, come molte altre analoghe istituzioni pubbliche di quel tempo sorte nei territori governati dagli Asburgo, alla stessa Maria Teresa. La sua costituzione rientrò infatti nel lungimirante e illuminato piano per la creazione di nuove biblioteche, quasi tutte collocate all’interno dei Collegi dei gesuiti, soppressi, come si sa, nel 1773.

Anche quella di Mantova, l’Imperial Regia Biblioteca, sorse dunque all’interno di questo piano e fu aperta al pubblico il 30 marzo 1780, essa pure negli spazi dell’ex-Collegio dei gesuiti. I padri disposero a Mantova anche di una delle loro sedi più prestigiose in Italia, il Palazzo degli Studi, fatto costruire tra il 1753 e il 1763 dall’architetto Alfonso Torreggiani e progettato per essere il naturale sbocco edilizio dell’intensa attività didattica dei membri della Compagnia, che vi educò le nuove leve della classe dirigente, anche asburgica. E che il Palazzo degli Studi fosse conosciuto per i corsi universitari che vi si svolgevano è provato da molte testimonianze. Perfino Maria Teresa d’Austria, della quale è nota la capacità di riorganizzare il proprio Stato secondo principi ispirati al dispotismo illuminato e che finì per sottrarre alla Chiesa il monopolio dell’istruzione, aveva confermato ai gesuiti e al loro importantissimo ginnasio mantovano, la facoltà di conferire lauree in Filosofia e Teologia e, nel programma per l’organizzazione scolastica emanato nel 1760, acconsentendo che lo Studio gesuitico, fosse denominato Regio Arciducale Ginnasio. [La Biblioteca Comunale Teresiana fra storia e futuro, a cura di Cesare Guerra, Mantova, PubliPaolini, 2014.] Ma la soppressione cambiò le carte in tavola.

Le vestigia gesuitiche tuttora visibili e che abbracciano un intero isolato sono pertanto cariche di storia e di magnificenza. Basterà dire che in ciò che resta dell’antico complesso, occupante il grande isolato compreso tra le odierne vie Ardigò e Dottrina Cristina, vi è ospitato, oltre alla Teresiana, la Chiesa della Trinità con annessa sagrestia con stucchi barocchi, ora facente parte dell’Archivio di Stato, l’Archivio di Stato stesso, e l’attuale Liceo classico «Virgilio» erede di quello Regio che, a soppressione avvenuta, finì pure esso sotto il governo asburgico, cui competeva la direzione delle scuole e prevedeva, per il ginnasio, un piano, pubblicato nel 1784, rimasto in vigore fino alla dominazione francese.

La mostra sulle legature, dall’evocativo titolo Le materie dei libri, desunto da un aforisma di William Morris, il poliedrico personaggio vittoriano che si è spinto in ogni direzione, dalla poesia al design, dall’arte alla creazione di una private press, l’abbiamo percorsa bacheca per bacheca. Ci siamo soffermate infatti con insistenza su tutti i cimeli esposti, ovvero sulle ottanta coperte di manoscritti e libri a stampa di grande rarità posseduti dalla Teresiana, grazie alla guida di uno dei due curatori, Carlo Federici, il quale ha firmato pure il catalogo, frutto della sua consueta e conclamata conoscenza del libro antico, unita per l’occasione a quella di Federico Macchi, le cui competenze sulla materialità del libro, in particolare per quanto riguarda le legature, sono indiscusse.

Aver potuto visitare la mostra il giorno prima della apertura ufficiale ed essersi potute muovere all’interno di antichi spazi visti da entrambe per la prima volta, li abbiamo ritenuti grandi favori, o meglio privilegi, riservatici non solo dal direttore e dal collega Carpeggiani, ma pure da tutti coloro che si sono prodigati in mille modi per esaudire i nostri desiderata, riconoscendo ciò che veramente poteva appagare le nostre più palesi istanze di conoscenza, così come i nostri più reconditi interessi culturali e artistici.

La storia della biblioteca Teresiana, appena pubblicata e nella quale appaiono saggi anche di Cesare Guerra, così come il Catalogo delle legature, donatoci dal direttore, avranno il giusto riconoscimento nel prossimo numero di Teca. Premeva per ora sottolineare l’importanza delle pubblicazioni che hanno fatto da corona alla storica riapertura dell’illustre istituzione, i cui fondi costitutivi la collocano oggi fra le più considerevoli e ricche biblioteche italiane di ente locale, divenuta tale nel 1881.

Uscendo dalla biblioteca, cariche di doni, mentre aspettavamo che si aprisse il magnifico Teatro Scientifico del Bibiena per ascoltare da Antonia Asrlan una conversazione su Matilde Serao, ci siamo trovate quasi per caso di fronte ad una vetrina in cui erano esposte statuette di ceramica facenti parte di una mostra dal pregnante titolo: Lettrici.

Si tratta infatti di una esposizione ospitata nel piccolo ma seducente atelier di un artista, Andrea Jori, noto non solo a Mantova, come ho potuto scoprire, una volta rientrata nella mia città, interessandomi alla sua attività e alle sue benemerenze. Nato nella città virgiliana nel 1953, Jori ha lavorato fin da subito con varie tecniche, fra le quali l’incisione, il disegno e la pittura, usando quasi sempre materiali fra i più disparati. Eclettico ma con solide basi classiche, – i modelli a cui si ispira è possibile identificarli in quasi tutte le sue opere –, Jori nel 1985 sperimenta pure la particolare cottura necessaria per la ceramica raku. I validi risultati raggiunti anche con questa tecnica sono subito sottolineati dalla critica, assai lusinghiera nei suoi confronti. Da quel momento in poi Jori si dedica prevalentemente alle sculture in ceramica.

Non ho potuto pertanto fare a meno di entrare nell’atelier di Jori per ascoltare dalla sua voce quali sono stati i veri motivi che lo hanno indotto a creare sculture femminili in terracotta poi smaltate a fuoco e infine impreziosite con smalti policromi stesi col pennello. Soprattutto mi sono interessata alle sue più recenti opere, quelle appunto che rappresentano figure di donne concentrate nella lettura di libri, delle quali mi incuriosivano sia la genesi sia ancora la memoria che sta alla base di certi loro atteggiamenti, oltre alle citazioni classiche che vi si colgono.

Jori, come mi ha spiegato, ha cercato di riprodurre i piccoli gesti, le espressioni dei volti, gli abbigliamenti di un universo femminile non convenzionale e spesso sottovalutato, ma a suo parere sempre «assetato» di conoscenza. Ha voluto cioè valorizzare il mondo femminile, da lui ritenuto ancora escluso da un riconoscimento universale e generalizzato da parte della società, che, sempre a parer suo, unicamente in questo scorcio del nuovo secolo, ha modificato il proprio atteggiamento misogino. E come risposta alle mie domande, formulate per sapere come fosse arrivato a questo universo femminile, mi ha affidato alcune sue reminescenze: «Quando modellavo certe figure pensavo alle molte persone che affollano i miei ricordi. Per esempio a mia nonna che, nata e vissuta nella campagna emiliana, lavorava nei campi di giorno e di notte, al lume di candela, si dedicava con amore allo studio contro il volere dei suoi genitori». Per poi aggiungere: «Alla fine i suoi sforzi furono premiati e divenne una valente maestra che insegnò ai suoi alunni a non discriminare mai nessuno per alcun motivo».

E non è un caso che alcuni lavori dell’artista mantovano affrontino anche tematiche attuali legate all’integrazione tra civiltà differenti, cercando di stemperare le tensioni legate a queste situazioni evidenziando in qualche caso il lato ironico presente pure nelle più immani tragedie.

Molti sono gli stimoli che gli provengono e che Jori sa accogliere da varie fonti. Legge e si ispira all’Ariosto, a Cervantes e ad altri classici fra i quali Joyce; legge altresì molto sull’estetica dell’arte e fra tanti autori ama in particolare Mukarosky. Non solo il mondo delle donne lo ha affascinato fin dall’infanzia, ma anche quello circense che, come ben si sa, ha influenzato non pochi grandi artisti. Il fascino che ha esercitato in lui il circo, traspare in molte sue opere, comprese le sue donne in ceramica.

Certe posizioni acrobatiche, infatti, delle sue lettrici, alcuni loro equilibrismi esasperati, divengono per lui la metafora dell’esistenza che vede l’umanità perennemente in prossimità di precipizi, con instabili attori che provano a superare, con intelligenza e alchimie interiori e soprattutto con la volontà di dialogare sempre e comunque, ostacoli di ogni genere. Non stupisce pertanto che la corte di Jori, composta da dame, studentesse, acrobate e massaie, lotti con garbo per affermare la propria identità spesso negata, e dia corpo a sogni per realizzare una società dove tutti, senza preconcetti, si possano esprimere pienamente.

Mi era capitato di imbattermi ancora molti anni fa in tesi, studi, censimenti soprattutto francesi – me ne sovviene uno in particolare di Martine Poulin – volti a riscoprire in quadri e ritratti del passato gli artisti che maggiormente si sono dedicati a dipingere, disegnare, incidere, figure di donne in atteggiamento di lettura. Ma les liseuses erano soprattutto un’ispirazione affidata a pennelli, a sgorbie, a bulini più o meno celebri; a quanto ricordi, mai mi è capitato di imbattermi nel medesimo tema reso per di più con molta efficacia, da un artista ceramico contemporaneo.

Terminata anche la visita all’atelier di Jori siamo entrati nel teatro bibienesco dove abbiamo assistito a una vera e propria performance con a tema, come si è accennato, una donna assai celebre alla sua epoca, Matilde Serao, la quale oggi, perfino per i suoi migliori scritti, appare incomprensibilmente dimenticata.

La manifestazione, voluta principalmente dall’Associazione Talenti di Donne di Mantova, ha avuto ancora una volta come protagonista una studiosa d’eccezione, Antonia Asrlan, accompagnata da un ottimo gruppo di teatralizzazione della lettura. La scrittrice e docente di letteratura italiana ha dedicato al Ventre di Napoli, recentemente ripubblicato nella collana Scrittrici ritrovate da lei diretta, grande attenzione, riscoprendo l’attualità della Serao e di suoi particolari messaggi mettendo altresì in rilievo la potenza espressiva dell’autrice, vissuta a cavaliere fra Otto e Novecento la quale si è cimentata con la scrittura in varie direzioni, compresa quella giornalistica.

E mentre l’Asrlan, da ottima critica e sapiente divulgatrice qual è ed è sempre stata, sapeva tenere avvinto il parterre affezionato e selezionato, particolarmente affascinato dalle sue parole, l’attrice del Piccolo di Milano, ora anche interprete cinematografica, Nicoletta Maragno, leggeva magistralmente e con grande intensità brani tratti dal volume della Serao, accompagnata da due musici e da una ballerina del corpo di ballo creato da Pina Bausch i quali, a loro volta, hanno contribuito non poco a far apprezzare passi fra i più salienti del Ventre di Napoli.

Ci è parso evidente grazie ai vari interpreti di questa singolare rappresentazione, come nel libro vibrino molte denunce di cui una mi ha particolarmente colpito così come ha colpito la mia amica: quella appassionata, anch’essa di grande attualità che l’autrice, senza mai abiurare all’amore per la sua Napoli, lancia nei confronti di politici, amministratori, e di personaggi facenti parte a Napoli di formazioni politiche consolidate o nuove, ovvero di tutti coloro i quali, essendo in maggior parte dei corrotti, hanno reso la città partenopea invivibile, stravolgendone parte della sua storia, comprese le sue origini.

Sia le pagine lette e declamate, sia gli interventi della Asrlan, hanno avuto il potere di introdurci all’interno del volume che entrambe abbiamo comprato e sul quale abbiamo discusso durante il ritorno, ricordando altresì le molte cose viste e apprezzate, grazie soprattutto alla cortesia dei nostri ospiti.